La maschera africana scelta da Fabrizio Galli deriva dallo stile Gouro
della Costa d'Avorio e rappresenta lo stile tradizionale più antico.
Sebbene le maschere siano conosciute e create in tutto il mondo, si può
tranquillamente considerare l'Africa come la loro terra madre, dipinte
nel centro del continente in epoche primitive, quando ancora il Sahara
orientale era abitato dalla popolazione del luogo, che creava le
immagini sulle pareti del Tibesti, la catena montuosa più elevata del
deserto.

In gran parte dell'Africa, la maschera è ancora oggi un'espressione
privilegiata che ha dato luogo ad un'impressionante varietà di forme,
materiali e stili. E' stato soprattutto nel periodo coloniale che
l'Europa si è interessata alla maschera africana e l'ha esportata nelle
proprie gallerie e musei, riscoprendola nella sua dimensione estetica ed
artistica soprattutto nell'ultimo secolo.
Difficilmente però è stata considerata la sua funzionalità all'interno
della società che l'ha creata e che la utilizza anche oggi nelle
cerimonie sacre, attraverso l'uso di costumi, gioielli, pettinature e
trucchi.
Il materiale normalmente scelto per le maschere africane antiche è il
legno che viene però spesso utilizzato con altri materiali come le fibre
vegetali, la pelle, la resina, le conchiglie, l'osso, l'avorio.
La scelta di tali sostanze non è casuale: esse sono selezionate in base
alla sacralità della maschera o al simbolismo che dovrebbe esprimere. Lo
scultore, creatore di maschere, di solito abita al di fuori del
villaggio e deve rispettare rigorosi divieti, che lo portano a
sottoporsi ad atti di depurazione, per essere esente da ogni impurità.
La maschera antica della Costa d'Avorio viene utilizzata tutt'oggi in
alcuni riti annuali riguardanti la semina e la raccolta, ma anche nelle
cerimonie del ciclo di vita, come l'iniziazione e la morte. Le maschere,
in questi casi, simboleggiano esseri sovrannaturali e sacri e sono
indossate dai capi villaggio.